domenica 18 agosto 2013

Prime ferrate in Dolomiti - Nuvolau ed Averau

Per l'estate 2013 mi pongo l'obiettivo di salire qualche 4000 in Alpi e di approcciare al mondo dolomitico attaverso qualche ferrata e/o via normale. Per le Dolomiti scelgo di affontare i facili Nuvolau ed Averau, che hanno un accesso alla vetta abbastanza semplice per mezzo di alcuni tratti attrezzati. Ritengo che sia un buon approccio in vista di salite un poco più impegnative (via normale al Civetta) e un discreto acclimatamento per  le alte quote da affontare nei giorni successivi nel gruppo del Monte Rosa. Come quasi sempre accade parto da solo da Cosenza ed il primo pernottamento penso di farlo nella zona del Passo di Giau. Il viaggio è abbastanza tranquillo, poco traffico, meteo stabile. Arrivo in zona in serata e mi scelgo uno slargo poco sottostante il Passo di Giau intorno ai 2150 m per passare la notte in macchina; il dormire in macchina sarà una costante di tutte le nottate per risparmiare qualche soldo. La notte un temporale violentissimo si abbatte su tutta la zona e grandina terribilmente: sembra che il parabrezza si debba rompere da un momento all'altro; speriamo che almeno domani mattina il tempo sia buono!. In effetti gà nella seconda parte della notte spunta un bel cielo stellato.
Il gruppo dell'Averau al levar del sole dal posteggio in cui ho dormito
La Ra Gusela dal sentiero sopra il Passo di Giau
Ancora la Ra Gusela
L'indomani mattina il tempo infatti è splendido, porto l'auto al parcheggio del sovrastante Passo e mi avvio per la ferrata della Ra Gusela, che dà l'accesso all'altopiano del Nuvolau. Dopo i primi minuti di cammino però il sentiero indicato dalla carta che ho stampato da internet mi porta in una zona dove dice "chiuso", eppure la ferrata dovrebbe percorrere l'evidente canalone che mi si presenta davanti!; decido di andare ancora in direzione nord-est aggirando la Ra Gusela e seguendo un segnale che indica "ferrata", mah!, in effetti comunque il sentiero adesso è molto netto e ben tracciato e dopo un poco mi ritrovo all'attacco della ferrata. In effetti a posteriori saprò che l'originario tratto di ferrata era stato chiuso a causa di frane e riattrezzato nella posizione che ho trovato io.
 
Tofana di Rozes e Cinque Torri dal sentiero di accesso alla ferrata
Indosso l'imbrago ed il set da ferrata e parto. Il primo tratto è semplicissimo, in orizzontale su larga cengia e il cavo non lo uso affatto, segue poi un tratto in diagonale ascendente, ripido, ma anch'esso facile, in cui uso delle scalette solo perchè impacciano il cammino.
L'intera ferrata con il primo facile tratto e l'ultimo in alto, più ripido
La grandine della notte precedente all'attacco della ferrata; notare le dimensioni nonostante siano passate parecchie ore
Il tratto ripido della ferrata, comunque non impegnativo
Nella parte alta incontro una coppia di inglesi che scendono senza attrezzatura, cosa che mi pare poco indicata. Dalla fine di questo primo tratto di ferrata vedo il rifugio in vetta al Nuvolau, che si raggiunge facendo un arco verso sinistra per il sentiero segnato e tralasciando sempre a sinistra le tracce che portano verso la cima della Ra Gusela.
Il rifugio in cima al Nuvolau, da cui si accede dalla cresta di sinistra, mentre a destra si nota l'Averau
 La Marmolada dalla cresta del Nuvolau
L'ombrosa parete nord-ovest del Civetta
In breve arrivo alla crestina di vetta, anch'essa attrezzata con cavi e scaletta, ma piuttosto facili, ed in breve arrivo sulla vetta del Nuvolau in cui è posto l'omonimo rifugio.
 
 Il tratto di cresta attrezzato che porta in cima al Nuvolau
Dalla cima del Nuvolau: l'Averau e l'omonimo rifugio al centro in basso.
Il Gruppo di Fanis
Al rifugio ci si prepara ad accogliere i turisti che a frotte fra poco arriveranno dal Rifugio Averau per il comodo sentiero che io percorro in discesa; vedo diverse bottiglie di prosecco infilate nel ghiaccio, però!, che rifugio mondano!. Comunque la vista è stupenda e spazia su tutti i principali gruppi dolomitici; particolarmente impressionante la vista sulla Tofana di Rozes e sulla Croda da Lago. Dopo una breve pausa scendo verso il Rifugio Averau da cui parte la traccia che porta all'inizio della ferrata dell'Averau.
La cinque torri con Cortina a destra
Rifugio Nuvolau ed autore
Qui c'è parecchia gente salita prevalentemente da Cortina, da cui si accede con larga strada sterrata e impianti di risalita; comunque molti si fermano semplicemente a gozzovigliare al rifugio. Imbocco il sentiero a mezza costa e in pochi minuti, con una rampetta finale un poco ripida e ghiaiosa, sono all'attacco della ferrata, dove un paio di ragazzi si apprestano a salire la paretina.
Il Nuvolau con il rifugio appollaiato in cima visto dal fianco dell'Averau
La ferrata è breve ma ripida, con un primo settore inzialmente quasi verticale e poi un poco appoggiato di circa 30 m, cui segue un tratto orizzontale facile ed ultimo tratto ripido di pochi metri; tutto emozionante, molto bello anche se breve.

Vista dal basso della prima parte della ferrata dell'Averau

Sulla ferrata dell'Averau
All'uscita della ferrata si sale serpeggiando fra le rocce con alcuni tratti un poco ripidi, ma sicuri; sale anche una coppia di tedeschi (o austriaci?) con un bimbo di circa 7 anni, che bravi!.
Bimbo e mamma in salita
Vetta dell'Averau

 Sulla cima dell'Averau; sullo sfondo il Pelmo
In cima: sguardo verso il gruppo delle Tofane
In circa 15-20 minuti sono alla croce di vetta, oltremodo panoramica, dove scatto qualche foto alla solatia Tofana di Rozes e all'ombrosa Civetta. Firmo anche il libro di vetta, il mio primo sulle dolomiti, protetto dalle intemperie nella sua scatola metallica. In discesa mi rendo conto di due cose: le ferrate sono più difficili in discesa e bisogna attendere che un gruppo esca da un tratto prima di ingaggiarlo altrimenti si fa un gran casino. In ogni caso io rendo disponibile il cavo e dò sempre la precedenza a tutti i gruppi. Adesso devo solo percorrere il sentiero che mi riporta al passo di Giau facendo il giro dalla parte ovest del gruppo del Nuvolau; ora è pieno giorno e sui sentieri si vedono i gruppi più disparati, anche con cagnetti fighetti al seguito, mentre al passo di Giau c'è una vera invasione di motociclisti tedeschi e di camperisti che pranzano al rifugio.
 
 Lo sguardo spazia verso la Croda da Lago
Il Passo di Giau al ritorno, affolati di turisti
Io invece mi faccio sul fornelletto un pentolino di riso alla cantonese con aggiunta di tonno, non proprio buonissimo, ma per risparmiare va bene pure questo. Nel pomeriggio mi trasferisco verso Pecol, Zoldo Alto, dove cerco un buon posto nel bosco per andare in bagno (la natura chiama) e poi per passare la notte in vista della salita del giorno successivo, la via normale del Monte Civetta, molto più impegnativa, ma questo lo racconterò nel prossimo post.

sabato 20 luglio 2013

Supermaratona dell'Etna 2013

Ho trascorso l'inizio del 2013 senza un'idea fissa su possibili obiettivi stagionali, facendo spinning e tappeto in palestra, esperienza totalmente nuova per me, abituato agli spazi aperti ed ai silenzi. Poi la provocazione di mio fratello dettatagli da un coachsurfer: la supermaratona dell'Etna, di cui a dire la verità non avevo mai sentito parlare. Cerco in internet e mi innamoro immediatamente della sfida: si tratta in realtà di una "ultra"  visto che il chilometraggio va oltre i 42 km canonici anche se solo di un chilometro, ma la cosa che rende unica questa corsa è il dislivello enorme; essa parte infatti dal livello del mare e arriva sui pendii sommitali dell'Etna a quota 3000 m. Si tratta delle corsa in un'unica frazione con maggiore dislivello al mondo!. Comincio a prepararmi, ma in verità non lo faccio in maniera adeguata a vado un poco a tentoni visto che si tratta di una corsa totalmente sui generis. Mio fratello intanto dà forfait non sentendosi pronto ed avendo fatto pochissimi allenamenti. Anche io ho fatto solo tre lunghissimi: da 27 km (Quattromiglia-Montescuro), 32 km (Lago Cecita-Monte Altare e ritorno) e da 40 km (da casa mia al valico silano sovrastante Cellara e ritorno), anche se ho avuto cura di farli in quota per effettuare un minimo di acclimatamento, anche se parziale. La gara è fissata per il 15 giugno ed è riservata solo ai tesserati, non è la classica maratona di massa; faccio quindi il tesseramento con il Cus Cosenza e le visite mediche di rito: tutto ok!. Si va quindi in Sicilia con mio fratello Mauro che mi fa da spalla e si gode tre giorni di vacanza, ne approfittiamo infatti per andare a trovare il nostro amico Marco a Messina che ci ospiterà prima e dopo la gara.
Venerdì andiamo a prendere il pacco gara, prima credendo che fosse a Zafferana Etnea e poi correttamente a Linguaglossa, facendo tappa al castagno dei cento cavalli, deludente; mi tocca il n°94. Il resto di pomeriggio e sera lo trascorriamo a sistemarci in un B&B a Fiumefreddo di Sicilia e a cercare un posto carino dove mangiare. Alla fine ceniamo in una "trattoria siciliana" a Riposto: cena di pesce eccellente a prezzi ragionevoli; strepitoso il couscous di pesce.
A cena
Si va a letto presto, domattina il ritrovo atleti è per le 7 anche se la partenza è fissata alle 8.30. La notte fa calduccio ed il vento tremendo del giorno prima sembra placarsi; in due giorni sono passato dal dormire con lenzuola di flanella, pigiama e coperta pesante a dormire in mutande, canotta e solo lenzuolino di cotone e con la finestra aperta. Mattina della gara: sveglia alle 5.20, colazione e seduta di gabinetto, quindi vestizione; dalla mia finestra si vede la zona di arrivo vicino la cima del vulcano, vista da sotto sembra veramente tanto lontano e tanto in alto.
Poco a destra della vetta è posto il traguardo
Al ritrovo di partenza l'aria è completamente diversa dalle maratone che ho corso, qui hanno tutti un fisico da paura, magrissimi e leggeri, con vene tutte a vista e muscolatura ridotta; fisici fatti per correre a lungo ed in salita; i lievemente robusti sono pochissimi e io sono certamente fra i peggio messi!, conto le pochissime persone che a occhio potrei sopravanzare e sono si e no cinque o sei. Intanto mentre mi cambio per indossare la canotta con il pettorale si ferma una macchina ed escono due ragazze, una delle quali ci dice a bruciapelo: "Ma ieri sera voi eravate al ristorante?!": in effetti riconosciamo le ragazze che erano ad un tavolo vicino. Ci chiedono se corriamo tutti e due, e poi ci dicono che solo una di loro correrà. Si nota subito il fisico della top runner, asciuttissimo, e quando indossa il pettorale scopriamo il nome: Marin, scopriremo che sarà proprio lei a vincere la gara femminile arrivando addirittura al settimo posto assoluto!. Peccato non averlo saputo prima, avremmo potuto fare una foto insieme....
Subito prima della partenza
Intanto faccio un poco di riscaldamento, mi ungo i capezzoli con la vaselina, firmo l'elenco dei partenti e poi un piccolo bisognino prima della partenza, quindi ci fanno radunare dietro la linea di partenza sulla spiaggia di Marina di Cottone ed uno sparo dà via alla gara.
La firma dell'elenco partenti
Mi prefiggo di non forzare assolutamente nei primi chilometri sapendo che la parte più dura è quella finale, dal 33° alll'arrivo, tutti sterrati e con pendenza media del 12%!. Dopo soli 2 km mi rendo però conto che l'altimetria fornita dall'organizzazione non è così precisa: sembrava infatti che la prima parte, fino a Piano Provenzana a 1800 m di quota fosse sostanzialmente omogenea come pendenze e tutta in salita, invece ci sono piccoli falsopiani e anche qualche discesina, cui ovviamente seguono poi strappi molto più duri di quelli attesi ed un dislivello che alla fine sarà nettamente superiore a 3000 m.

Prime fasi della gara nella zona di Fiumefreddo di Sicilia
Mi impongo sugli strappi (che spesso superano il 12%) un ritmo basso e vado abbastanza bene nonostante il caldo sia notevole. Al primo rifornimento mi carico di acqua e mi bagno completamente e così farò ad ogni rifornimento. All'inizio mi sfilano in molti, ma io conto di rimontare un poco nella seconda parte, non mi faccio prendere la mano. In effetti nel tratto compreso fra 8° e 20° chilometro supero parecchi atleti e mi sento piuttosto efficiente nonostante la fatica si faccia sentire.
 

Attraversamento di Piedimonte Etneo e Linguaglossa
Devo dire che il passaggio a Linguaglossa al traguardo volante è emozionante, con lo speaker che annuncia il tuo passaggio dicendo nome e società di appartenza e le persone sui lati che ti applaudono e ti incitano. Il tratto uscendo da Linguaglossa è tutto allo scoperto, caldissimo ed in salita intorno al 6-8%, molto impegnativo anche psicologicamente, tutto in aperta campagna e senza pubblico. Ogni tanto reintegro le energie con una barretta di maltodestrine, ma i muscoli cominciano a sentire la fatica; quelli che sono alla mia vista conducono la gara tutti allo stesso modo: camminano nei tratti più ripidi e corrono nei tratti con salita meno impegnativa. Mi sembra una tattica ragionevole e pure io, a partire dal 27° chilometro comincio a camminare a passo svelto nei tratti più ripidi. Nel frattempo inizia anche il bosco di pini, che nella parte alta è a tratti bruciato dalle colate laviche e reso spettrale. Al 31° km mi supera Mauro con la macchina (finora era rimasto a godersela in spiaggia) e si fa trovare un poco più avanti, mi scatta qualche foto e mi passa un pezzo di banana.
Nel tratto boscato prima di Piano Provenzana
Con notevole fatica arrivo quindi alla fine del tratto asfaltato a Piano Provenzana al 33° chilometro. Ho impiegato la bellezza di 4 ore, 8 minuti e 9 secondi per fare la prima parte, ovvero 7 minuti e 31 secondi per chilometro, considerando le pendenze una prestazione non proprio da buttare.
Piano Provenzana
L'inizio del tratto sterrato
Qui si può ritirare un sacco con abbigliamento di ricambio per la parte di salita in quota, ma non lo utilizzo, fa caldo, tengo tranquillamente la mia canotta e continuo; da qui inizia la parte più difficile: 10 chilometri su sterrato lavico con pendenze variabili, media del 12% e tratti intorno al 18-20% su cui arrancano e slittano anche i fuoristrada della guardia di finanza che sono di appoggio alla corsa. Qui la difficoltà psicologica, acuita dalla fatica delle ore precedenti, è veramente notevole, correre è un'utopia, eccetto che in pochi tratti di falsopiano, i chilometri sembrano non passare mai, il ritmo crolla.
Zona di inizio della crisi; in lontananza, appena sotto il cratere, la macchiolina bianca dell'arrivo
In lontanza si scorge la macchiolina bianca delle tende all'arrivo e si sente la voce dello speaker. La postazione di arriva sembra però non avvicinarsi mai e anche le voci si fanno inafferrabili. La quota, guadagnata troppo rapidamente, si fa sentire; intorno al 34-35° chilometro inizia una pesante crisi, comincio a sentirmi troppo affaticato, le gambe non rispondono più, sento un senso di vuoto, nausea e a tratti mi gira la testa: sono gli effetti della fatica, della quota e dello stomaco vuoto; mi torna in mente il discorso sentito da un altro atleta che diceva di essersi ritirato l'edizione precedente al 35° chilometro, io però di ritirarmi non ci penso proprio, piuttosto al traguardo ci arrivo carponi. Vedo diverse persone che fanno pausa sulle rocce laviche e decido di farlo pure io, faccio stretching e prendo degli zuccheri; dopo pochi minuti mi sento meglio e riprendo, dapprima lentamente e poi sempre meglio, ormai sono sicuro di farcela. A partire dal 38° chilometro mi sento decisamente meglio e riesco a camminare svelto ed a correre nei tratti meno ripidi, superando alcuni atleti. Riesco anche a sollecitare una signora a non ritirarsi a tre chilometri dalla fine. Intanto la quota cresce e compare la neve, che sotto un manto di cenere e lapilli si conserva nonostante il sole; un tratto della pista è costituito da un muro di ghiaccio sia sulla sinistra sia sulla destra alto un metro e mezzo. Diverse bocche eruttive di recente attività si aprono intorno. Il deserto lavico d'alta quota è veramente un posto affascinante, anche se inquietante, ogni tanto si vede qualche bomba vulcanica con la classica struttura a crosta di pane. Ormai riesco a distingure in alto le tende dell'arrivo in maniera chiara, il momento di difficoltà è totalmente alle spalle, mi sento bene e riesco a fare discretamente l'ultimo chilometro. Gli ultimi 100 m sono un tumulto si sensazioni di liberazione, soddisfazione, godimento fisico e psicologico, una vera apoteosi.

Al traguardo
Accompagnato dall'incitamento dello speaker che mi annuncia all'arrivo taglio finalmente il traguardo; ho impiegato un'eternità, 6 ore 32 minuti e 19 secondi per coprire 43,15 km e salire da quota 0 m della spiaggia di Marina di Cottone ai 3000 m del fianco dell'Etna.
Sono arrivato 69° su 174 partecipanti, 13° della mia categoria, non una prestazione fantastica, ma neanche da buttare, comunque sapevo di non essere pronto per un piazzamento di prestigio e che arrivare sarebbe stato già un grande risultato. Il fotografo all'arrivo scatta e mi immortala sull'arrivo e con il cratere sommitale sullo sfondo.

Con la meritata medaglia di finisher al collo ed il cratere sommitale alle spalle
Ritiro il mio sacco e mi cambio nella tenda, dove ovviamente sbaglio e mi infilo in quella delle donne (ops, pardon). Sono tutto ricoperto di polvere lavica e di colore grigio-nerastro, ma sono contentissimo e ogni tanto ridacchio da solo come uno scemo. Mi rendo veramente conto di quanto sia stata bestiale la gara tornando indietro con la navetta e successivamente in macchina, una discesa infinita, spaventevole nel tratto sterrato. Un'esperienza incredibile, ma che non credo rifarò, ci vuole una preparazione troppo dura e specifica per poter correre questa gara in tempi ragionevoli. Molti degli atleti che incontriamo con la navetta in discesa andranno fuori tempo massimo e saranno squalificati, sono felice di non essere tra loro anche se mi fanno tristezza e in qualche caso pena, stravolti lungo la pista lavica..... Da dove mi deposita la navetta mi faccio quesi un altro chilometro con la sacca sulle spalle per arrivare al ristorante in cui si tiene il pasta-party offerto dall'organizzazione, dove mi attende un discreto piatto di penne alle zucchine; incredibilmente mi sento bene e non mi fanno neanche male le gambe, potrei addirittura guidare, ma preferisco comunque farlo fare a Mauro fino a Messina.
Anche al ritorno ci fermiamo a dormire dunque dagli amici Marco e Renata, che ringrazio di cuore per la splendida ospitalità e il giorno dopo, dopo un'abbondante pranzo a base di pesce fantastico e dopo aver fatto incetta di cannoli da distribuire a destra e a manca, si ritorna in Calabria a posare le stanche membra.....

lunedì 6 maggio 2013

Serretta della Porticella - Il battesimo del Gato Negro

Tante volte ho desiderato portare in montagna con me mio fratello ed anche a lui l'idea non dispiaceva, a patto di non farlo alzare alle tre di notte. Fra impegni di famiglia e tempo inclemente l'appuntamento è stato rimandato tante volte, ma finalmente un sabato libero da impegni e con previsioni di tempo buono si è palesato. Per quanto riguarda la meta decido di andare sul versante est del Pollino per dare un'occhiata alla parete est della Serra delle Ciavole e salire Serra di Crispo o in caso di eccessiva neve molle, ripiegare sulla Timpa Falconara. Sveglia la mattina solo alle sei per non turbare troppo il riposo di Mauro, preparazione e partenza. Siamo al bivio della Falconara poco dopo le nove, certamente non presto ed in più la giornata, certamente splendida, promette temperature piuttosto alte; spero solo di trovare neve dura vicino le cime.
In avvicinamento, la Serra delle Ciavole, versante est
Il Dolcedorme dal versante della Fagosa
 
 Serra di Crispo, versante est
 
Fino a Masseria Rovitti il cammino è su strada forestale, facile e spedito, ma dopo la masseria il sentiero lo perdiamo immediatamente; non vengo da queste parti da una quindicina di anni e dalla Rovitti non sono mai passato....
Mauro in cammino con la piccozza impugnata in maniera "impropria"; sullo sfondo Serra di Crispo e Serretta della Porticella
In ogni caso avevo preventivato questa eventualità, ma in inverno e con la neve i sentieri hanno importanza relativa, avevo già deciso di orientarmi direttamente guardando le montagne. La Serra delle Ciavole è veramente stupenda e lascia intravedere diverse bellissime linee di salite, fra cui alcune veramente degne di essere scalate da gente in gamba, con misto di alta difficoltà.
Serra delle Ciavole, parete est, dalla strada forestale per la masseria Rovitti
 
Più a nord anche Serra di Crispo mostra belle salite, anche se più corte e meno affascinanti.
Il versante est di Serra di Crispo
 
Avanziamo nelle neve, a tratti molto alta e cedevole, attraversando in continuazione ruscelletti perenni e di fusione, fa un bel calduccio ed avanziamo solo con l'intimo addosso, il cielo è di un blu intenso meraviglioso.
Durante l'avvicinamento
 
Avanziamo sostanzialmente a tentoni nel bosco intuendo la direzione da seguire, che verifichiamo ogni tanto quando qualche radura ci consente di vedere meglio le montagne. Ad un certo punto incontriamo un sentiero e delle tracce di sci e decidiamo di seguirle, deve essere certamente il sentiero che passa dalla Grande Porta del Pollino e porta ai Piani del Pollino, penso di seguirlo per guadagnare quota e poi di obliquare verso nord fino alla base di Serra di Crispo.
Mauro in posa con il versante nord-orientale di Serra delle Ciavole
In salita affondiamo tremendamente nella neve ormai molle, a volte fino all'inguine (commenti di Mauro: ho lasciato l'impronta delle p...e nella neve!) e facciamo una bella fatica. Seguire il sentiero ci ha portato però un pò troppo verso sud e sbuchiamo fuori dal bosco in corrispondenza non di Serra di Crispo, ma di Serretta della Porticella, la più bassa delle cime del Pollino che superi i duemila metri. a quel punto, dopo un poco di tentennamenti ed aver valutato che per arrivare alla base di Serra di Crispo occorre almeno un'altra ora e certamente non avremmo trovato comunque buona neve, decidiamo di salire direttamente la paretina di Serretta della Porticella, che proprio di fronte a noi sembra molto breve, ma anche molto carina e forse ideale per l'iniziazione alpinistica del Gato Negro (soprannome di Mauro datogli dai suoi compagni di bisbocce ai tempi dell'università).
Serretta della Porticella, paretina scelta per la salita
 
La preparazione è alquanto comica visto che è la prima volta di Mauro con i ramponi ai piedi, e dopo aver montato il primo mi dice: "ah, ma sono destro e sinistro?", ed intanto si lamenta di avere i piedi completamente fradici, non ha infatti degli scarponi adattissimi, ma solo degli scarponcini da trekking.
Serra di Crispo vista da sud-est
 
Mauro in fase di preparazione
 
Ci leghiamo in cordata e comincio a salire un piccolo cono nevoso alla base della paretina che all'apice presenta la prima difficoltà, ovvero una sorta di piccola crepaccia terminale all'attacco con la parte rocciosa. La neve poco consistente non permette una salita agevole e più di una volta mi sembra di sprofondare nel vuoto della separazione fra il cono e la roccia. riesco infine a salirlo facendo una piccola diagonale. Quando finisce la corda faccio salire il Gato Negro assicurandolo a spalla visto che l'inconsistenza delle neve non permette nulla di meglio, ed anche la mia sosta non è che sia solidissima; mi sento piuttosto precario.
Il buon vecchio Ago in apertura sul primo tiro
 
Dopo il I tiro
 
Al secondo tiro decido quindi di andare a sostare su un piccolo affioramento roccioso al centro, che almeno permetterebbe una sosta migliore sui piedi. Qui a tratti la neve, poco più in ombra, è lievemente più dura.
 
Mauro impegnato fra I e II tiro
Al terzo tiro incontro parecchi buchi e la sensazione di insicurezza cresce, per cui obliquo decisamente verso destra per andare verso un ramo di Pino Loricato che almeno mi consentirebbe di fare una sosta degna di questo nome e posso assicurare il Gato con il classico mezzo barcaiolo dandogli piena sicurezza. Le pendenze sono discrete, costantemente intorno ai 45° nella parte mediana, mentre l'ultimo tiro davanti a noi sembrerebbe intorno ai 50-55° con una piccola cornice aggettante. Riparto e 15-20 metri arrivo alla cornice, che comincio ad abbattere a colpi di piccozza, mentre spesso mi cede la neve sotto i piedi e più volte perdo l'equilibrio e rischio di cadere, maledetta neve molle, poteva essere un minimo più compatta, cavolo siamo a duemila metri!, macchè!, fa troppo caldo.... Finalmente piantando entrambe le piccozze fino al becco ad issarmi oltre la cornice e mi trovo esattamente sulla vetta della Serretta della Porticella; mi siedo sulle roccette di cima al sole e recupero Mauro, che dopo un poco fa capolino dalla parete.
Il Gato sbuca dalla parete
 
La sua prima via è fatta, ed a mia conoscenza è forse anche la prima volta che viene salita questa paretina. La via si chiamerà "Il battesimo del Gato Negro".
In vetta
In cima Mauro si toglie gli scarponi zuppi e fa riscaldare i piedi che dice di non sentire più, mangiamo qualche biscotto ripieno di marmellata di fichi (autoprodotti) e beviamo il caffè che abbiamo portato nel thermos.
Il Gato si toglie finalmente gli scarponi zuppi
 
La vista è veramente bellissima con tutte le cime innevate e striate dal vento, che ha formato delle cornici veramente notevoli sul versante nord di Serra del Prete.
Il versante nord del Pollino
Serra del Prete - versante settentrionale, con meravigliose e flessuose cornici
 
Arrivano poi altre comitive salite da altri versanti e si fanno un pò di chiacchiere. Come spesso accade sul Pollino la maggior parte sono pugliesi. In discesa ovviamente cambiamo itinerario e scendiamo dal sentiero della Grande Porta del Pollino verso Casino Toscano seguendo le tracce delle altre comitive, ma ovviamente ad un certo punto mi rendo conto che stiamo deviando troppo a nord e stiamo finendo nel bacino del Sinni, per cui abbandoniamo le tracce e ci ributtiamo nel bosco seguendo l'orientamento ad istinto e dopo un poco di tempo avvistiamo la Masseria Rovitti e riprendiamo la strada forestale che ci riporta alla macchina, mentre Mauro nel frattempo fotografa qualche gruppo di crochi ed altri fiori.
Un bel Croco
 
Arrivati alla macchina abbiamo tutti i piedi zuppi e ci leviamo gli scarponi. La giornata è stata comunque veramente stupenda, certamente con il più bel clima dell'anno, anche se questo ha comportato la neve molle, ma non ci ha impedito di portare a compimento una salita, breve, ma molto simpatica.
Via "il battesimo del Gato Negro", PD-, sviluppo circa 90-100 m, 45°; uscita 50-55° (circa 15 m).