domenica 25 marzo 2012

Dolcedorme - versante sud - Via Pietra Colonna

Sabato 24 marzo riesco finalmente, dopo quasi un mese, a ritornare in montagna, stavolta sono deciso però a pernottare, nella speranza di provare la tenda ed il sacco a pelo nuovi. Certo, nei giorni precedenti il tempo è stato decisamente troppo caldo, ma non posso sottilizzare troppo altrimenti in montagna non ci andrei mai. La sera prima preparo lo zaino con tutto l'occorrente per l'intera giornata di sabato e per mezza giornata di domenica; naturalmente anche stavolta vado da solo. Il programma teorico è parecchio ambizioso: salire dal versante meridionale della Serra Dolcedorme, scendere al versante opposto e l'indomani salire dal versante orientale la Serra delle Ciavole. Naturalmente i desiderata rimarranno tali. Come al solito in questi casi sveglia presto (le 3.00), preparativi e poi via in autostrada; gli occhi mi si chiudono. Arrivo a Valle Piana, solita località di partenza per tutti gli itinerari per il versante meridionale di Serra Dolcedorme, che è già giorno, e fa decisamente caldo, 7-8°C, brutto segno. Mi incammino sul sentiero che risale dapprima il fosso di Valle Piana, in comune ai due sentieri che vanno ai dirupi di Celsa Bianca ed al Pollino a sinistra e a Timpone Campanaro ed al Vallone di Faggio Grosso a destra; prendo il sentiero di destra e intanto comincio a guadagnare quota. la Salita al Dolcedorme da Valle Piana è l'itinerario escursionistico in Calabria di  maggiore dislivello, partendo da quota 900 per arrivare ai 2267 m della cima, per oltre 1350 m di dislivello.

Il Docedorme visto da Valle Piana
La salita è piuttosto faticosa e lo zaino è davvero pesante (tornato a casa poi lo peserò: 22 kg!). La prima parte è tutta su sentiero discretamente segnato, anche se i tanti alberi abbattuti spesso lo interrompono. Si sale costantemente fino ai 1300 m del passo di Pietra della Sentinella, dove un breve tratto di falsopiano conduce alla parte finale del canalone che scende dal Vallone del Faggio Grosso; qui abbandono il sentiero e continuo al centro del canalone, tutto ingombro di ghiaie e blocchi calcarei. A tratti comincia a comparire la neve. Dopo aver dubitato un poco sull'attacco del canalone che ho intenzione di risalire, edopo aver individuato un curioso albero, finalmente individuo quella che certamente è la via giusta: un canale dapprima ampio e che verso l'alto si restringe visibilmente.
Pino "curioso"
Appena comincia a risalirlo però mi viene subito un brivido: stò risalendo lungo una valanga, la neve, in parte dura, è disseminata di rami, tronchi e blocchi di roccia di discrete dimensioni.
Il caldo di questi giorni ha reso le notevoli masse nevose che si erano accumulate molto instabili; non è certo un buon viatico.
Lingua terminale della valanga, un evento raro sul Pollino
Continuo a risalire, ma in maniera molto guardinga e poco dopo sento un tonfo seguito da un rotolio e da rumore di rami: sopra di, ma a sinistra rispetto alla mia verticale, si è staccato un blocco grosso quasi come una lavatrice che alla fine si è fermato contro degli alberi...... Intorno a circa 1650 m ormai la neve è dura abbastanza da dover usare i ramponi e mi fermo a calzarli, ma appena mi fermo alla mia sinistra, in lontananza, sento uno scrosciare di alberi rotti e di blocchi e detrito in movimento, stavolta era qualcosa di veramente grosso; metto anche il casco. Intanto anche nel mio canalone dall'alto cominciano a venire giù sassi, fra cui uno grosso come un pallone, che vedo rotolare a pochimetri da me. Stavolta sto rischiando davvero grosso; cerco di evitare quando possibile il centro del canale, più esposto alle scariche. Supero un primo crepaccetto ed un passaggetto di misto; la copertura nevosa è scarsa e mette in mostra le difficoltà. Le scariche continuano e ad un certo punto sento un rotolio plurimo: guardo verso lato e vedo tre o quattro pietroni ed una palla di neve, i pietroni vanno a sinistra, mentre la palla di neve mi centra in pieno: nessun danno. Continuo con una certa ansia e mi trovo sotto la parte in cui il canalone viene sbarrato da un passaggio decisamente troppo difficile, che nessuno ha mai percorso. Devo superare una zona assai crepacciata ed insidiosa, e poi abbando il canale spostandomi a sinistra. Non prendo però il solito canalino a sinistra; ormai i canali sono troppo pericolosi e le pietre troppo numerose. salgo direttamente su una pendice rocciosa a sinistra, con qualche passaggetto di I grado e poi un canale secondario che sembra esente da scariche. Adesso sono proprio sotto le imponenti pareti della Bocca del Dolcedorme e alla sinistra ci sono i Denti del Dolcedorme, molto suggestivi.
Versante meridionale e Bocca del Dolcedorme
Denti del Dolcedorme
Altra vista con luce migliore
Mi ricollego quindi con il canale principale poco prima del caratteristico torrione detto Pietra Colonna, che dà il nome alla via.
Il torrione di Pietra Colonna
Pietra Colonna ed Agostino (fate un pò voi chi è più tosto)
Da qui in poi il percorso è abbastanza sicuro, ma diventa molto ripido, supero un crepaccio trasversale passando su roccia a sinistra e d'un tratto comincia a nevischiare, continuo su pendio dapprima a 50° e successivamente fino a 55-60° all'uscita del canale.
Fuga di strati
 Tutta l'ultima parte è veramente bellissima ed alpinisticamente valida; un crepaccetto finale mi costringe ad un ultimo piccolo traverso a destra su roccia.
L'uscita dal ripido canalino finale
Uscito dal canalino la pendenza e le difficoltà diminuiscono, 40-45°, e dopo un poco spunto sulla cresta a 2230 m di quota, e dopo pochi minuti sono in vetta. Che mi risulti, ma non posso esserne certo, penso che la mia sia la prima salita in solitaria della Via Pietra Colonna.
In vetta, sulla sfondo Serra Crispo
Sempre in vetta, con il Pollino sullo sfondo
Ho camminato e scalato per ben sette ore. Il programma originario di certo non posso farlo, fa troppo caldo e come ho avuto modo di constatare è troppo pericoloso infilarsi in ripidi canaloni, decido quindi di rinunciare alla salita del giorno dopo a Serra delle Ciavole e mi dirigo verso la discesa. Ormai nevica a tratti e dal versante lucano vengono delle nubi veramente minacciose......, decido quindi di scendere lungo la cresta est per avvicinarmi alla discesa e trovare un posto per bivaccare la notte. Trovo un posto che mi pare discreto alla testata della valle del Faggio Grosso, a quota 2060 m, ; un primo spiazzo che avevo scelto lo scarto dopo osservato delle preoccupanti fratture che indicano un possibile distacco, e mi sistemo su uno spiazzetto in cresta su un'area che mi pare tranquilla sul filo di cresta. Non ho mai dormito così in alto in Appennino, e solo al Bivacco Minazio, in Dolomiti, avevo dormito più in alto (2292 m). Monto la tenda, prima il sovratelo, che fisso con quello che ho, piccozze, bastoncini, chiodi da ghiaccio ed un paio di picchetti. Il tutto mi pare abbastanza solido, comunque sulle falde posiziono dei blocchi di neve pressata per dare maggiore stabilità e resistenza al vento, che qui in cresta potrebbe essere forte. Monto quindi la tenda interna e mi sistemo all'interno con tutta l'attrezzatura.
Il campo montato sulla cresta a 2060 m, con vista verso la cima
Sullo sfondo Serra delle Ciavole
 Fuori intanto il vento si fa sentire ed a tratti nevica: si sente picchiettare forte sul telo della tenda. Intanto mi preparo sul fornelletto a gas una zuppa di fagioli e mi infilo nel sacco a pelo.
Si cuoce la zuppa di fagioli
L'interno della Tenda
La temperatura è comunque alta (4°C), e quindi nel sacco mi infilo solamente in mutande e maglietta!, il sacco che ho dietro è adatto a ben altre temperature. Passano ore di ozio fino alla cena, in cui sento il vento e la neve sulla tenda, che comunque non fa una piega. Per cena minestrina da reidratare, accettabile direi, anche se peggiore dei fagioli. Alle 9 si va ufficialmente a dormire, e la notte passa fra tratti di sonno e tratti di veglia in cui rimugino sulla bontà della tenuta degli ancoraggi della tenda; non riesco a non pensare ad esempio che se il vento sganciasse la tenda farei 300-400 m di caduta fino agli alberi dei versanti sottostanti. Scaccio questo pensiero: gli ancoraggi sono ben fatti ed il vento, in verità forte, finora non ha smosso minimamente la tenda. Al mattino mi sveglio con la luce all'interno della tenda e dò uno sguardo fuori dall'oblò della tenda: nuvolacce e nevischio; all'interno della tenda ci sono 0,5°C, fuori -0,5°C. Aspetto che migliori per smontare la tenda ed intanto faccio colazione.
Al mattino un poco di neve sulla tenda che il vento non ha spazzato via 
Appena si apre un poco smonto tutto, calzo i ramponi e comincio a scendere, perdendo quota rapidamente. Discendo tutta la Valle del Faggio Grosso e trovo delle belle tracce di sentiero che in breve mi portano sul sentiero percorso in salita. Anche stamattina, nonostante faccia un poco più freddo, sento un gran fragore di sassi rotolanti e alberi spezzati a circa 150-200 m da me, dura diversi secondi. Decisamente con queste temperature non sono zone consigliabili salite in questa zona. In tutto il percorso, dall'inizio alla fine, non ho visto uno solo resto, carta, plastica o altro, di produzione umana; una zona miracolosamete sfuggita, grazie al suo essere impervia e difficilmente percorribile, alla distruzione del turismo di massa e riservata agli escursionisti più motivati e rispettosi, un piccolo angolo di wilderness ancora intatta. Nel complesso si tratta di una salita magnifica ed impegnativa fisicamente, certamente la più difficile fra quelle che ho percorso per la cima del Dolcedorme, assolutamente da evitare con tempo non freddo per i pericoli oggettivi del percorso.

Vista complessiva: in giallo la via di salita (Pietra Colonna), a destra con il triangolo il bivacco ed in magenta la via di discesa lungo il vallone del Faggio Grosso
Dettaglio del percorso di salita della via Pietra Colonna seguito (II, 60° max, AD+)
 

domenica 26 febbraio 2012

Cocuzzo versante ovest

Dopo le abbondanti nevicate di febbraio ricavo un poco di tempo per andare in montagna; si fa per dire, devo tornare verso le 10-10.30. Decido allora di andare a dare un'occhiata al versante ovest di Monte Cocuzzo, facilmente raggiungibile con la macchina, ed in cui dovrebbe esserci qualche simpatico canalino da salire. Mi alzo alla 4.25 (ero andato a letto alle 12.30: pizza e partita) e preparo lo zaino. Riesco a partire solo verso le 5.40. All'arrivo mi rendo subito conto che fa troppo caldo: il termometro segna 3°C: malissimo; la neve infatti, con copertura molto discontinua, si rivela subito cedevole ed umida. Le racchette le ho lasciate in macchina, la neve è poca e poi il terreno è quasi tutto ripido, inutile portarle. Il luogo di partenza è ben noto a tutti i geologi: da studente chi non è andato in escursione a vedere il contatto tettonico fra le unità metamorfiche dell'Arco Calabro e le unità appenniniche triassiche del versante ovest del Cocuzzo?. Il tempo oltre ad essere troppo caldo è anche nebbioso a tratti, con nuvole che passano rapidamente a cavallo dello spartiacque appenninico.
L'avvicinamento è breve, con qualche passaggio su roccette di I grado piuttosto instabili all'attraversamento della Serra del Crapio. Dò una rapida occhiata alla parete e decido di dirigermi verso un canalino molto stretto, che pare abbastanza ripido, a destra della vetta di Cima Telegrafo.
Veduta generale del versante ovest 
In rosso la via di salita, in giallo la discesa
La neve spesso cede e nelle zone di accumulo affondo a volte con l'intera gamba; uscire dalla buca che si crea non è facile ed a volte faccio una fatica bestia. Spero di trovare condizioni migliori salendo al canalino. Man mano che mi avvicino però questa speranza svanisce, ed uscire da un canalino che precede quello scelto è una faticaccia. Arrivo all'inizio di una zona ripida all'ingresso del canalino vero e proprio e metto i ramponi e poso i bastoncini, che mi sono stati estremamente utili e lo saranno ancora di più al ritorno in discesa. E' la prima volta che li uso, come ho fatto finora senza?. I ramponi semi-automatici si indossano decisamente molto meglio di quelli a fettuccia. Inizio a salire il canalino, con una neve pessima, arranco tremendamente e fatico a guadagnare metri; spesso per cercare di avanzare mi devo agganciare con la punta delle piccozze alle rocce che affiorano per tirarmi fuori delle vasche che si creano nella neve. Finalmente nella parte alta, decisamente più ripida, 45° circa, la neve è decisamente dura e riesco a salire in maniera veloce e divertente; qui il canale è veramente stretto, 2-2,5 m al massimo.
Verso la fine del canalino
Purtroppo le buone condizioni durano poco, ed all'uscita la neve è di nuovo molle e torno a patire fino alla fine del canalino.
Il canalino visto dalla zona di uscita
Sono ormai decisamente sudato ed affaticato, ed inoltre ormai si è fatto tardi: ho impiegato due ore dalla macchina, un'eternità. decido quindi di non arrivare in vetta, ci sarà stato 20 volte, e mi dirigo di nuovo alla macchina. La discesa è tremendamente insidiosa con questa neve cedevole e ancora una volta si sprofonda quasi ad ogni passo. Uno strazio. Finita la zona più ripida la neve diminuisce e si cammina bene fino alla macchina. Non è andata certo come speravo, comunque qualcosa l'ho conclusa. Non ho idea se qualcuno abbia già percorso questo canalino, che proporrei di chiamare, viste le dimensioni, e con un poco di ironica enfasi "Couloir Vicolo Stretto", con sviluppo di 200-220 m e dislivello di 120-130 m, difficoltà direi PD.

mercoledì 15 febbraio 2012

Maratona Carpi 2011

A fine inverno, quando l'intorpidimento fisico e mentale cede il passo alla smania di fare, sono in dubbio se concentrami di più sulla montagna oppure tentare una nuova avventura sulla distanza dei 42,195 km della maratona. Ad aprile Mauro mi toglie ogni dubbio, corre la maratona di Padova (la sua terza), e migliora il mio record di qualche mese prima, correndo in 3 ore 12 minuti e 26 secondi, mi ha fregato di 4 minuti e mezzo circa. Ovviamente non posso assistere passivamente e mi decido quindi a effettuare una preparazione per scendere sotto le tre ore e dieci. La tabella di allenamento che seguo al partire da luglio è però decisamente impegnativa: sei corse a settimana, con il solo lunedì di riposo. La preparazione già a giugno comincia ad essere discreta e mi presenta già preparato al periodo di allenamento da tabella, che solitamente ha un approccio piuttosto ostico. Si corre dai 70 a quasi 100 km a settimana nei periodi di maggiore carico. Faccio bene quasi tutti gli allenamenti senza saltare quasi un giorno. Riesco anche a correre quando vado fuori per lavoro (Verona, Genova) o quando sono a Caulonia. Solo un paio di giorni di allenamento li salto a causa di qualche dolore alla caviglia, probailmente a causa dello stress del carico di lavoro. nel periodo estivo corro la mattina molto presto e poi vado al lavoro, ed ogni tanto corro la sera a Quattromiglia a fine giornata lavorativa. Durante la preparazione, visti i discreti ritmi che riesco a tenere, in cuor mio penso di potermi avvicinare al limite delle tre ore di corsa. Il "lungo" finale lo fisso a 38 km, che riesco a fare con un 4'25'' al chilometro senza forzare e con tempo decisamente afoso nell'ultima ora di corsa (si è all'inizio di settembre). Direi che la preparazione è a posto. Faccio un ultimo ottimo 10 km in 38'08'', e mi sento pronto a partire. Quest'anno sono da solo e si va in treno. Ho prenotato un albergo (4 stelle, la prima volta in vita mia..... era l'ultimo rimasto) e l'organizzazione che ho scelto è questa: viaggio ovviamente la notte in cuccetta (promiscua, sei posti, bisogna economizzare), arrivo al mattino di sabato a Modena, brevissimo giro in città in attesa del regionale per Carpi e poi ampia visita a Carpi a prendere il pacco gara con il pettorale, in Piazza Martiri a vedere partenza ed arrivo della Granfondo di ciclismo, e poi lauto pranzo in ristorante (una volta ogni morte di papa si può anche fare). Tagliatelle al ragù d'anatra e stinco di maiale con patate al forno. Niente male e prezzi onesti. la prima grana per raggiungere l'albergo: tutte le linee autobus sono ferme per la Granfondo, e per raggiungere l'albergo devo per forza prendere un taxi (la prima volta in vita mia, 15 € per 8 km, 'sticavoli). Pomeriggio in albergo a riposare, preparare la roba per il giorno dopo e fare esercizi, poi a cena a mangiare un bel piatto di pasta ed una bistecca ai ferri. La notte non è delle migliori, ho un principio di raffreddore e riposo maluccio, svegliandomi spesso. Cavolo, spero di tenere almeno oggi, poi la salute facesse il cavolo che gli pare!. Sveglia alle 5.00, colazione abbondante insieme agli altri maratoneti ed alle 5.50 si sale sulla navetta che porta a Maranello. Si arriva presto sullo spiazzale e c'è ampia attesa. Iniziano le file ai bagni chimici, una dello cose più 'zzozze del genere umano, molto meglio una buca nella nuda terra. Sento comunque dei sommovimenti gastrici e tento comunque l'avventura, decisamente orrorifica, bhlèaaa. Sto comunque meglio, ed anche il raffreddore sembra a bada. Mi vesto, consegna la sacca gara ed inizio il riscaldamento, che ad un certo punto diventa proprio simpatica perchè mischiati insieme a noi schiappe si riscaldano anche i top runners, i draghi della corsa, ci sono keniani, etiopi, un russo, ecc.... Guardarli è veramente uno spettacolo, corrono in maniera così facile e naturale che sembrano non toccare il suolo, degli essere sovrannaturali in mezzo e dei comuni mortali.
Alla fine si entra nell'informe massa in attesa dello sparo, che sembra non arrivare mai. Lo speaker dice che dobbiamo aspettare il collegamento RAI per la partenza. Ad un certo punto senza nessun preavviso sentiamo lo sparo e c'è un attimo di smarrimento, ma era la partenza?, direi di si visto che l'informe massa si mette in moto. Siamo in ballo. Ho fatto un poco di conti: per le tre ore occorre un ritmo di 4'15'' al km e penso di potercela fare. La strategia è quella di correre fra 4'10'' e 4'15'' al km tutta la prima parte, almeno fino al 30°-35° km, e poi gestire le energie finali. Porto solo una confezione piccola di maltodestrine da 40 gr. nella microtasca del pantaloncino e null'altro. Parto con il primo chilometro lentissimo a causa della folla da superare: l'organizzazione ha fatto una cavolata pazzesca; siccome insieme alla maratona si corrono anche la mezza ed una 30 km, presumendo che chi corre queste corse va più veloce dei maratoneti, hanno piazzato dietro i campioni anche le schiappe settantenni e la casalinga paffuta davanti a noi amatori. Faccio il primo chilometro in 4'30, malissimo, devo già recuperare 15 secondi. Dopo il 1° chilometro comunque la folla si dirada e riesco a fare ritmi decenti e nel giro di pochi chilometri sono già in linea con il tempo prefissato. Viaggio sempre intorno a 4'05''-4'10'', meglio del previsto, mi sento bene, ma poi dopo il 7°-8° cominciano stranamenti a farmi male gli addominali, forse per il ritmo elevato, e comunque non rallento affatto.
Fasi iniziali, passaggio a Formigine (purtoppo le scritte non si possono togliere, dovrei comprare le foto e non ci penso proprio)
Passaggio all'interno dell'Accademia militare nel cortile interno del Palazzo Ducale
All'uscita del Palazzo Ducale
Arrivo verso la mezza che il ritmo comincia a calare leggermente e faccio rifornimento con le maltodestrine. Alla mezza segno 01h28'53'', niente male.
Nei pressi della mezza
Guardo con un pizzico di invidia quelli che si fermano alla mezza perchè hanno concluso la loro gara, ma la maratona è una corsa soprattutto di resistenza mentale, ed ormai in questo campo sono ben ferrato. Continuo in tranquillità, ma mi rendo conto che il ritmo continua  calare, anche se lentamente, forse pago chilometri troppo veloci nella prima fase.
Passaggio al 33° chilometro
Tengo ancora discretamente fino al 30°-32°, Prenderei ancora delle maltodestrine se ne avessi, ma nel pantaloncino non ci sarebbero entrate, e di portarmele in mano per tutto il tempo mi avrebbe infastidito; poi, verso il 34°-35° km avviene ciò che ogni maratoneta teme in maniera mortale: trovo il cosiddetto "muro", ovvero il crollo verticale delle prestazioni dovuto alla fine della "benzina" o al raggiugimento del limite di prestazione. Il ritmo ora è calato clamorosamente, le gambe non mi rispondono più, corro in maniera totalmente automatica, sofferente e stavolta sì che mi tocca stringere i denti per non mollare troppo il ritmo, altrimenti sarei spacciato. I chilometri dal 37° alla fine sono eterni, ogni chilometro mi pare interminabile, controllo il cronometro in continuazione e mi rendo conto che il tempo delle tre ore è più che a rischio. Comincio a fare il tremendo pensiero che anche fare tre ore e uno o due minuti non sarebbe poi male; scaccio immediatamente questo pensiero, con tutto l'allenamento che ho fatto (ho corso per oltre 1400 km in preparazione) fallire per pochi secondi sarebbe troppo dura da digerire. Cerco a tutti i costi di tenere duro ed arrivo all'ultimo chilometro bollito, guardo costantemente il cronometro e mi rendo conto che me la gioco sul filo dei secondi. Quando faccio l'ultima curva sono a duecento-trecento metri dall'arrivo, mancano pochi secondi alle tre ore; faccio ricorso alle ultime energie fisiche e mentali e mi lancio in una volata che mi toglie completamente il fiato.
Sto lanciando la volata finale
Pochi metri al traguardo
Mi sembra di svenire e cadere esanime ad ogni falcata. Taglio il traguardo e guardo il cronometro mentre mi accascio poco oltre la linea d'arrivo. Mi viene da piangere. Il mio cronometro segna mezzo secondo oltre le 3 ore di corsa. Stò a terra mezzo morto per un bel pò, gli incaricati di ritirare il chip per il calcolo dei tempi mi chiedono addirittura se me lo devono togliere loro dalla scarpa tanto sembro stremato. La voce mi trema tutta. Vado a prendere la mia sacca con i ricambi zoppicando e trascinandomi come un mezzo storpio. Mi cambio a fatica e poi vado a magiare al pasta party. Non so se essere contento comunque del buon tempo o mettermi a piangere per quel mezzo secondo. Chiamo Mauro per avere lumi definitivi.
Controlla sul sito i risultati in tempo reale: sono arrivato 90° assoluto, 23° nella mia categoria (amatori oltre 35 anni), e 7° fra i non tesserati, bene!, poi la sorpresa, il tempo reale da cronometraggio è di 2h59'59'': sono riuscito a scendere sotto le tre ore!, mi esce qualche lacrima di gioia e fatica......., sono veramente contentissimo; mi sono anche ripreso il record di famiglia. Torno in albergo con la navetta insieme ad altri, che mi chiedono com'è andata, e qundo gli dico il tempo rimangono stupefatti e mi guardano con un certo rispetto, come pure gli albergatori dove avevo lasciato i bagagli. Ciò mi rende ancora più cosciente della bella impresa. Torno a Modena dopo una lunga attesa del treno e faccio un giro in città molto più lungo e completo e rivedo alcuni dei posti dove sono passato la mattina correndo e che non avevo gustato, come ad esempio il passaggio in piazza sotto la Ghirlandina, bellissimo. Faccio una bella cena: potevano mancare i tortellini in brodo?, e prendo il treno del ritorno, arrivo allo studio alle 8 e poi subito in cantiere a fare chilometri......, non si finisce mai di correre....

martedì 14 febbraio 2012

Pollino, Canalone del Valangone gennaio 2012

Fine Gennaio 2012, finalmente riesco ad organizzarmi per fare un giro in montagna, che finora, un pò per gli impegni, e soprattutto per la mancanza di neve di tutta la prima parte dell'inverno, non avevo potuto fare. La destinazione la decido in funzione del tempo a disposizione, che è poco, quindi un posto con poco spostamento su neve e corto come salita. Decido quindi di andare verso il Pollino, versante ovest, dove ci sono diversi tracciati su neve/ghiaccio e terreno misto. Alcuni sono decisamente non facili, e li scarto visto che sono da solo, ed opto per la salita del cosiddetto Valangone, ovvero un largo canale che negli anni '90 (mi pare nel '92), è stato percorso da una valanga che ha spazzato via una consistente parte di faggeta del fianco occidentale. Mi alzo presto (verso le 3.15), faccio una lauta colazione per non portarmi dietro da mangiare e parto. Salendo oltre Campotenese comincia prima una fittissima nebbia (visibilità 15-20 m), e poi il fondo comincia ad essere nevoso e poi in parte ghiacciato. A tratti la neve dura sull'asfalto è così alta chetocca il fondo della macchina; riesco comunque a salire, anche se slittando spesso. Vado comunque pianissimo ed arrivo a Colle dell'Impiso solo alla 5.40. Al colle il parcheggio è un'unica lastra di ghiaccio, e stare in piedi per prepararsi è un'impresa, devo mettere i ramponi già alla macchina. Non fa molto freddo, siamo intorno a -3° o -4°. Mi sistemo lo zaino e parto. La neve è dura e non c'è vento; tolgo quasi subito la giacca per non accaldarmi lungo il sentiero. E' ancora buio, e i primi 20 minuti li faccio alla luce dellalampada frontale; ci sono diverse tracce, ma nessuna mi pare particolarmente fresca, forse stamattina sono il primo. Arrivato ai piani alti di Vacquarro le tracce spariscono tutte verso i Piani del Pollino, metre non ci sono tracce degli ultimi giorni che vanno verso il Piano di Gaudolino. Il cammino è facile e divertente e cerco di non forzare il ritmo per non sudare e risparmiare energie per la parte impegnativa della salita. Alle sette meno un quarto sono al Piano di Gaudolino, meravigliosamente liscio e privo di tracce.
Il piano di Gaudolino
Qui però la neve comincia ad essere cedevole; la crosta superficiale è rigida, ma sotto cede vistosamente e mi fa affondare di 20-30 centimetri ad ogni passo; rimpiango tremendamente che non mi siano ancora arrivate le ciaspole che ho ordinato da Repetto. Attraverso il piano e mi immetto nel sentiero che in diagonale taglia ilversante occidentale del Pollino, che nella scarsa luce mattutina appare decisamente livido.
Lo sperone ovest del Pollino
Anche lungo il sentiero si affonda tremendamente. Intercetto il Valangone lungo il sentiero, facilmente individuabile dalla presenza dei bassi faggi di ricrescita, e comincio a risalire lungo il fianco destro della valanga (a sinistra in salita), facendo lo slalom fra i bassi faggi ed affondando in continuazione, a volte con tutta la gamba. Infine sbuco fuori dalla vegetazione, dove il versante aumenta decisamente di pendenza, e dove la neve comincia ad essere dura e ghiacciata. Il paesaggio è stupendo: i pini loricati sono tutti ghiacciati e ricoperti di galaverna, così come le ripide rocce dello sperone poste alla mia sinistra.
Alberi e rocce ricoperte di galaverna
Verso l'inizio della via; mi faccio una foto
In continuazione il forte vento che spira più in alto, sulla cresta, fa cadere nel canale pezzetti di ghiaccio fino a qualche centimetro. Ho il casco nella zaino, ma stima che non ce ne sia bisogno visto che sopra di me non ci sono affioramenti rocciosi particolarmente grandi o sporgenti. La salita vera e proprio inzia in corrispondenza di un bellissimo pino loricato secco, molto coreografico.
Pino loricato all'inizio del canalino
Decido di tenere la sinistra del canale, che appare decisamente molto più ripido e divertente da salire, stando accostato dapprima ad un costone roccioso e poi al centro di un canalino secondario appena abbozzato, puntanto ad un'apertura nella cresta rocciosa superiore.
Tracciato di salita nella prima parte
Qui il versante si mantiene costantemente sui 45-50°, con punte intorno ai 55°. Il fondo è di neve molto dura o a tratti ghiacciata, in parte ventata e fragile.
Al centro l'uscita del canalino
Continuo a salire dritto e spunto su di un primo varco fra le rocce e proseguo quasi sul filo di cresta, dapprima ancora su neve dura, e poi, in corrispondenza dell'uscita, su un misto piuttosto facile che mi conduce alla cresta che segna la fine dello sperone ovest e della mia via di salita.
 Un altro autoscatto durante la salita
 Bella vista del versante sulla destra della linea di salita; oltre le rocce e gli alberi in primo piano c'è il canalone centrale del Valangone
Ancora paesaggi fiabeschi
Uscita del canalino ed arrivo in cresta
Lungo il versante riesco ogni tanto a fermarmi per fare qualche foto al fiabesco paesaggio circostante. Arrivato in cresta mi accoglie un vento freddo furibondo, 70-80 chilometri orari. Mi devo abbassare sul versante opposto a quello del vento per evitare di vagare come un pupazzo portato dal vento. Guadagno un poco di quota per arrivare al punto più alto del canale del Valangone da dove conto di scendere. La discesa la affronto al centro del canalone, su pendenze di 35-40°, che si accentuano quando mi avvicino al bordo destro, dove avevo iniziato la salita.
Durante la discesa i primi raggi di sole arrivano a colpire le rocce di cresta all'uscita del canalino
Arrivato nella parte boscata ritrovo la neve molle e spesso affondo, come in un'occasione, fino all'inguine, che mi fa perdere l'equilibrio e con i ramponi faccio un bel buco nel pantalone appena comprato, eccheccaz..... A seguire l'itinerario di salita e discesa su una foto panoramica del versante ovest.

lunedì 13 febbraio 2012

Maratona di Carpi 2010

Dopo aver corso la prima maratona a Venezia nel 2009 nel 2010 ovviamente mi viene la tentazione di farne un'altra per abbassare il tempo finale. Comincio ad allenarmi ad aprile e comincio a prendere un discreto ritmo di allenamento e decido quindi di ottimizzare i miei allenamento nell'ottica di finire la maratona in meno di tre ore e mezza. Faccio quindi i cicli di allenamento con le ripetute, i lunghi alternati al fondo medio, ecc, insomma faccio un allenamento di discreto livello, con punte di 70-80 km di allenamento a settimana nei periodi di massima intensità per 3-4 allenamenti a settimana. Mi alleno quasi sempre da solo, tranne pochi giorni con Mauro nel periodo estivo. Per fare i lunghi, che a causa della data delle maratone si fanno spesso in pieno agosto, spesso mi alzo alle quattro e mezza o alle cinque per evitare di cuocere ad ore più tarde. Stavolta però non correrò la maratona di Venezia, ma decido di correre quella di Carpi, che ha una buona caratura internazionale ed un percorso abbastanza veloce.  Questa volta salgo con tutta la famiglia e quindi Mauro non mi può ospitare nella sua stanzetta di Padova, quindi ci tocca il bed and breakfast. Ne approfittiamo, ed il giorno precedente la maratona facciamo un bellissimo giro turistico per Padova, e riusciamo anche a visitare la Cappella degli Scrovegni, che meraviglia....
 Mauro in Prato della Valle
 Sant'Antonio
la zona dove abita(va) Mauro, con la Specola sullo sfondo
Il mattino dopo appuntamento alle cinque: dobbiamo prendere la macchina ed arrivare in auto fino alla partenza, a Maranello, davanti la Galleria Ferrari, per essere nello spiazzale di partenza massimo per le 8.00-8.30. Dopo una serie di giri nei dintorni di Modena e Maranello finalmente troviamo la via giusta, e Giusy lascia me e Mauro vicino l'area di partenza; stavolta però non correremo insieme, Mauro ha deciso di correre con i pattini in linea, un pò per carenza di allenamento, ed un pò per la voglia di farlo. Ci riscaldiamo nello spiazzale insieme agli altri partecipanti (circa 3000), e poi Mauro si infila nelle gabbie di partenza e dopo una piccola attesa, riceve lo start. Partono anche le carrozzine e gli sky-roll. Buoni ultimi verso le 9.10 partiamo anche noi. Io sono intruppatissimo nella folla, visto che il mio pettorale di ammissione non è dei migliori, ed i primi chilometri, come al solito, sono pieni di slalom e sorpassi. Cerco di tenere un ritmo costante, intorno a 4'40''-4'50''al chilometro. Il percorso nella prima parte è facile e prevalentemente in leggera discesa. Dopo il 5° chilometro sono ormai a velocità di crociera ed ho superato quelli troppo lenti. Molto bello l'attraversamento di Formigine, con un bel castello del '200; l'atmosfera è proprio simpatica, c'è anche un papà vestito da pellirossa che spinge il passeggino di una bimba molto divertita. Arrivo piuttosto fresco a Modena, dove c'è la mezza maratona, e percorro abbastanza bene la zona più difficile, con tre cavalcavia fastidiosi. L'attraversamento di Modena è veramente bellissimo, soprattutto l'attraversamento dell'Accademia Militare con i cadetti sull'attenti al passaggio degli atleti. 
Ingresso a Modena
Poco dopo faccio rifornimento di maltodestrine per non rischiare di finire la benzina.  Sono tremendamente dolci e sciroppose, e quindi necessitano acqua per mandarle giù.
Il rifornimento dopo Modena
Oltre il 25-30° comincio anche a prendere qualche fondo di bicchiere di sali lungo il percorso, ed a fare gli spugnaggi, comincia a fare molto caldo, la giornata, che era partita fresca, è diventata calda e con un bellissimo sole. Dalle proiezioni dei tempi mi rendo conto di poter ampiamente andare sotto le tre ore e mezza. Decido di aumentare lievemente l'andatura e riesco a tenere un discreto ritmo, passo il 35°, il 38° ancora molto bene, anche se adesso sto tirando e la fatica si fa sentire, siamo oltre le tre ore di gara.
Intorno al 35° chilometro
Fra il 39° ed il 40° faccio addirittura il chilometro più veloce, in 4'22''!, troppo veloce, decido di rallentare lievemente per non bruciarmi le gambe. L'ingresso nella Piazza Martini, dove c'è l'arrivo è stupendo, una piazza meravigliosa. Sull'ultimo rettilineo a destra ci sono i palchetti e scorgo Pablo, che a petto nudo mi grida in lontanza (mentre io grondavo di sudore e facevo l'ultimo e definitivo sforzo): papà ho seteee!!!, ma guarda un pò tu!. Finisco bene, anche se distrutto, e subito dopo il traguardo mi siedo nell'area destinata al rifocillamento.
All'arrivo: il tempo visualizzato è quello official, dallo sparo, quello effettivo (real) è inferiore
Ritrovo Mauro, che ha finito più di un'ora prima di me con i roller. Ho fatto un discreto tempo 03.16.52 (real time), sono andato parecchio meglio delle previsioni, però le gambe, per la prima mezz'ora, sono di legno. Ritrovo tutti gli altri, mi cambio (sono completamente zuppo) e andiamo al pasta party, dove riesco a farmi dare un piatto anche per Pablo. Ultima tappa ancora a Maranello dove andiamo a vedere il Museo Ferrari, visto che i maratoneti hanno l'ingresso gratuito e quelli che accompagnano una forte riduzione. Macchine meravigliose, posto interessante; emozionante soprattutto vedere l'ultima macchina guidata da Villeneuve prima di morire.
L'auto di Villeneuve